STORIA E GEOGRAFIA
Il Comune di Cotronei sorge, con i suoi circa cinquemila abitanti, su uno sperone di arenaree compatte a circa seicento metri sul livello del mare, guardando le ampie vallate del Tacina e del Neto e, in fondo, il mare Jonio.
Il suo territorio si estende prevalentemente in montagna ed è racchiuso dai due fiumi che lo lambiscono nelle parti basse. Questi due fiumi, il Tacina e il Neto, che corrono pressoché paralleli, divisi da massicci di sabbie più o meno compatte, intercalate da croste (o strati di modesta potenza) di arenaree a cemento argilloso o calcareo, spesso con ricorrenti lenti argillose.
Ampie zone sono costituite da argille compatte plioceniche (terre forti), veri e propri scrigni di fertilità, su cui sono impiantati rigogliosi oliveti.
Per Cotronei le prime cognizioni le abbiamo con il rinvenimento, nel 1952, di un ripostiglio di armi di bronzo nel fondo dell’attuale Lago Ampollino, appartenente, probabilmente ad una antichissima tribù dell’Età del Bronzo, che nella prima metà del Secondo Millennio a.C. frequentava il territorio.
Si può prudentemente desumere che nell’attuale territorio di Cotronei sin dall’età del bronzo c’era presenza di nomadi che vagavano con i loro armenti nelle alture silane ricche di erbe, di boschi, di acque e tali restarono per circa mille anni, finché non vennero a contatto con altre popolazioni indigene e nomadi e con i Greci dei quali divennero gli alfieri più avanzati di Cotronei tanto da edificare un tempio agreste sul Timpone del Gigante.
Il nome Cotronei appare nella storia in un editto del 31 maggio 1099 relativo ad un lascito al Monastero di Calabro Maria in Altilia, e riappare ancora in un diploma di Federico II nell’aprile 1229.
Sul finire della dinastia Sveva, Cotronei, con 457 abitanti, apparteneva a Pietro II Ruffo di Calabria. Nel 1360 Cotronei passò a Nicolò Morano, una famiglia che dominò fino 1° giugno del 1630 allorché Donna Aurea fu stroncata da un infarto: decima e ultima baronessa di Cotronei della dinastia dei Morano.
Una pagina importante della storia di Cotronei è legata al brigantaggio pre e post unitario. In particolare modo, dopo la nascita del Regno d’Italia, Cotronei fu bruciato per due volta dai piemontesi perché considerato un rifugio naturale per i briganti.
Agli inizi del Novecento Cotronei diventa un importante centro industriale in ragione della realizzazione dei bacini artificiali in Sila e, a valle, di imponenti impianti idroelettrici, Timpagrande, Orichella e Calusia, che hanno rappresentato un simbolo di benessere ed emancipazione sociale del territorio.
Negli ultimi anni, Cotronei si è ritagliato uno spazio di notorietà grazie a Steven Tyler, leader degli Aereosmith, musicista rock soprannominato The demon of screamin, Il demone delle grida, ormai da mezzo secolo sulla cresta dell’onda.
Steven è nipote del maestro Giovanni Tallarico che agli inizi del Novecento partì da Cotronei per l’America. Assieme ai fratelli formarono a New York un grande trio, la Tallarico’s Brothers Orchestras, per incantare nei concerti con le esecuzioni di Mozart, Beethoven, Chopin.
Steven è energia allo stato puro. Con il suo look da eterno ribelle dell’hard-rock, riempie di adrenalina i suoi fans in giro per il mondo. E Cotronei si è scoperto come paese del rock grazie alla sua “rockstar locale”.
LA LEGGENDA
Una bella leggenda è riportata in una recente pubblicazione del prof. Francesco Cosco, Cotronei. Storia, risorse e biodiversità, Edizioni Giokar, 2021.
Camminando nel centro storico Gria di Cotronei si arriva ad una antica fontana che impersona il mito di Alfeo e di Aretusa, dove l’attenzione è catturata dall’incisione su una pietra. Le parole scolpite sono in lingua latina e poste secondo la bolla tipica di un detto in perfetto latino classico piuttosto che di semplice prosa:
“A. 1824 D. – INC AQUIS ARETUSAE UNDAS MISCUIT ALPHEUS”, che indica “Anno del Signore 1824 – Qui alfeo mescolo’ le sue onde alle acquedi aretusa”.
La curiosità del prof. Cosco ha attivato i canali della ricerca con l’obiettivo di scoprire un contenuto che sembra sibillino ma in cui i nomi greci in testo latino già annunciano un dramma amoroso in chiave mitologica.
L’incisione rappresenta un elemento ottocentesco in ammirevole chiave culturale oltre il limite della Gria.
Certo chi ha ideato di riproporre la leggenda di Alfeo ed Aretusa con quella pietra incisa su un’antica fontana cittadina di epoca borbonica aveva molta fantasia, conoscenza dei miti greco-latini, o semplicemente si era innamorato di una ragazza che prendeva l’acqua a quella fonte e voleva gratificarla. Del resto non si spiega perché ha scritto proprio: “qui” Alfeo mescolò le sue onde alle acque di Aretusa.
Ma è bene spiegare il significato del testo latino: quale è il mito annunciato sulla pietra posta sulla sommità della fontana di piazza Plebiscito in Cotronei? Vi è richiamata la mitologica epopea greca di una ninfa, Aretusa, di cui s’innamorò il cacciatore Alfeo. La ninfa ristorò un giorno le sue membra in un corso d’acqua, ma nell’uscirne la osservò il giovane Alfeo e fu per lui amore a prima vista.
Ma Aretusa, restia, scappò via è chiamò in suo aiuto la divina Artemide.
La dea allora la tramutò in fonte e la spinse col vento in Sicilia, presso Siracusa. Alfeo, veramente innamorato, pregò allora il dio Oceano di tramutarlo in fiume.
La leggenda termina con un lieto epilogo: il fiume Alfeo attraversò il mare per mescolarsi alle acque della fonte Aretusa.
Pertanto, anche presso la fontana nel centro storico di Cotronei, si fuse l’amore di due giovani.
E chissà, sempre presso quella fonte, quanti giovani durante lo scorrere inesorabile degli anni fusero il loro amore.